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Lacocio.it <<   >> Paolo Benvegnù & Band Tempo 12 Novembre 2005 Nel sogno, ricordava, c'era un campo da tennis, con una grande pallina volteggiante tra le due parti del campo, spinta da un uomo e una donna. Tennisti, ma più di tutto amanti.
Si esibivano i momenti della vita. Estasiavano i passanti. Allentavano cravatte agli uomini e ultimo bottone della camicetta alle donne. Invitati all'incontro. Invitati a respirare i fumi inebrianti della sera. Sul palco, un altro palco, per amarsi, volendo, perchè la base del collo, spogliata dai suoi cadaveri di pelo e colore, è un richiamo irresistibile. C'era la luna. E anche le stelle. Rosse. Costellazioni unite da una linea dipinta da chissà quale bambino, passato nelle ore precedenti, quando ancora nessuno aveva calpestato il suolo e interrotto il silenzio.
Paolo schiocca le dita e blocca gli astanti, in pose vitree. Poggia la chitarra e cammina tra tutti sfiorando i capelli, le braccia. Ogni tanto si ferma e qualche parola gli sfugge tra le labbra. Per farsi coraggio. Per non limitarsi a dare un senso unico alle vite che attraversa. Gli occhi sono lucidi. Un sogno di ombre, pensa. Un sogno pienamente soddisfatto.
Torna sul palco e batte il tempo col piede destro. Le membra si sciolgono, come se mai si fossero indurite. Magia della musica. Circolare, come il Flog, come il cuore, titolare del locale. Nessuno si è accorto di niente, borbotta Paolo, distante dal microfono. Ma le labbra si leggono. E su quelle parole, si poggiano i suoi amici. La band vive con lui. Lo mantiene in vita, lo sprona, lo accudisce quasi fosse un fratello minore.
Se tutto questo non fosse stato un sogno, non ci avrebbe creduto. Ma adesso, a vedersi vestito da karateka, non ha più dubbi. Se poi anche gli altri sembrano campioni dello sport, allora è inutile porsi domande. Che si suoni, lassù. Che si faccia all'amore. Baci. Carezze che lasciano tracce. L'universo.
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