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Tempo 27-28 Gennaio 2006
Spazio Milano
Coordinate Ogni via e ogni finestra e ogni angolo
di cielo

Serata
lunga. Lunga giornata. Neve. Neve che impazza negli angoli, nelle
orecchie, in silenzio. Negli occhi.
Non che mi dispiaccia. Cammini per strada e presti attenzione ai
passi, a dove metti i piedi. A chi hai davanti e chi dietro, per
non scontrarti. Un po’ di
pazienza, un po’ di tolleranza in più.
Ci voleva il tempo balordo e questo friabile cielo in polvere a
riempire le strade, i telegiornali, i caffè e soprattutto le case.
Le case sono rimaste, come
raramente accade, piene di vita, di genitori che non hanno lavorato, di bimbi
che non si sono incontrati, di ragazzi
che non hanno fumato. Famiglie che, per una volta l’anno, sono rimaste
assieme, forzatamente, a guardare fuori dalle finestre, a fissare un
sogno, tanto veloce ad avverarsi che quasi non ci si crede.
Il tempo passa ed è già notte, ma lo scenario non cambia.
Manca il sole, in cielo. Manca il movimento nei dintorni, ma non
l’energia, latente, delle gocce che scendono, scandite, in piccole pozze isolate.
Non che la neve non mi piaccia. Anzi. Però mi cambia le carte
in tavola e stravolge la mia capacità di pensiero, costringendomi
a stabilire, in velocità, una direzione lungo binari perfettamente
orizzontali, senza scambi e senza ritorni.
Alternative alle quali opporre l’unica scelta che riuscirà a
portarmi in un luogo e un tempo che, non solo ignoti, mi lasceranno
stupito e
vinto (ma non domo).
Perché è strana l’euforia che si respira. Non solo
ossigeno che stimola e inebria i sensi, ma connessione, una sorta
di droga sociale
alla quale affidare le speranze di rapporti e relazioni.
Sotto la pensilina di un treno dell’interland, tra i sedili di un autobus,
all’imbocco del metro, in macchina, condividendo un momento comune di
attesa. Scambio, forzato, immenso, fortissimo. L’immaginazione si spinge
ad intessere intrecci di vita che spera, quadri a tinte vivaci, ma per
questo meno reali.
La neve, dunque. Uno schermo che ha bisogno della terra, dell’asfalto
duro e stupido. Uno specchio senza ipocrisia che, al primo esito, piacevolmente
articola un vagito soddisfatto.
Mi chino e nel palmo ne stringo una manciata. Le dita si irrigidiscono
e non mi rimane altro che lanciarla, alla ricerca di un calore nuovo
e attimi di incoscienza.
Poi, con la leggerezza del sogno, la neve scompare, lasciando un vago
sentore di nuvole e miele, sulla schiena, certamente al riparo da rischi.
Milano, di bianco
vestita, torna alle sue abitudini, alla velocità di
crocierà, sempre troppo elevata.
I suoi abitanti non dimenticheranno, però, tanto presto l’inesplicabile
difficoltà di attraversare una strada deserta. Una strada
tappezzata soltanto di algida, candida, delicata, eccitante, neve.
Foto: Maryse Di Ciano
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