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scena
Tempo 26-29.04.2004
Spazio Teatro CRT
Coordinate Via Alemagna, 6 - Milano
MEDEA MATERIAL
Autore Heiner Muller
Regia Anatolij Vassiliev
Interprete Valèrie Dréville
a cura di Marilena
De Biasi
supporto grafico di Maryse Di Ciano
Medea
Material non è uno spettacolo facile. Non è semplice
capirlo, non e facile amarlo e comunque è impossibile dimenticarlo.
Sicuramente è imperdibile per gli amanti del “grande” teatro,
quello fatto dai grandi maestri. Maestri come il regista russo Anatolij
Vassiliev, grande esempio di sperimentazione e rigore, anche in virtù della
sua formazione all'ombra di Stanislavskij, che non può non
farci prevedere un teatro poco canonico.

L'impressione che ho avuto appena entrata in sala è stata
quella di stare per assistere ad un ”rito sacro” , che meritava silenzio,
rispetto e concentrazione; c'era un silenzio anomalo, un'atmosfera
scarna, come scarna era la scena: il palco scoperto nelle sue quinte,
al centro uno schermo, una sedia (che è una sorta di trono di
una regina che scopriremo poi senza corona...), alla cui sinistra c'è uno
sgabello con alcuni oggetti, e a destra una bacinella, e sempre a sinistra,
ma molto più avanti, due piccole sagome di stoffa...
Lo spettacolo ha una sorta di anteprima, con lo scorrimento sullo schermo
del testo di Muller nella traduzione italiana (lo spettacolo è recitato
in francese), che io ho letto quasi in trance, tanto che alcuni pezzi
li ricordo ancora a memoria... E' un testo che lascia senza fiato nel
vero senso della parola, perchè è completamente privo
di punteggiatura...
Questa sorta di prologo servirà agli spettatori ad orientarsi
nei meandri dello spettacolo, soprattutto nei momenti di più difficile
comprensione, proprio da un punto di vista fonetico.
Infatti una delle caratteristiche peculiari delle rappresentazioni
di Vassiliev, è la continua ricerca di un'estetica di rappresentazione
che “costringe” l'attore ad un potente lavoro sulla voce e sul corpo,
ispirata anche alle discipline orientali e al teatro giapponese “No”
che si fonda su un uso della fonetica molto essenziale e particolare.
Assistiamo così ad una prova straordinaria da parte della protagonista
Valèrie Drévrille, che porta la lingua francese quasi
ad essere una lingua nuova, misteriosa... Questo avviene soprattutto
nella prima mezz'ora, e non è facile per lo spettatore adeguarsi.
Io stessa confesso di aver avuto un momento di sbandamento e di sconforto:
cercavo di capire, di cogliere il significato di ciò che stavo
vedendo e ascoltando, ma non venivo a capo di nulla... Ad un certo
punto però ho deciso di abbandonarmi completamente al fluire
delle emozioni e sono rimasta completamente soggiogata da questa Medea
così aspra, così fisica, e spietata, ma anche così sola
e sofferente.
Questo mio abbandono è stato anche facilitato dalle immagini
che scorrevano sullo schermo: onde marine, voli di gabbiani, immagini
che implicano quindi la metafora dell'altalenarsi dei pensieri, dei
sentimenti, e nel caso specifico, la crescita del risentimento e del
rancore e la voglia della protagonista di liberarsi da tutto il suo
passato per riconquistare la sua dimensione di donna, anche se il prezzo
da pagare sarà altissimo.
Dopo lo scorrimento del testo sullo schermo, ecco che arriva l'attrice,
vestita con un'abito a colori, si siede sul sedia a gambe aperte,
si accende un sigaro, compie altri piccoli gesti, quasi a voler entrare
“in diretta” nel suo personaggio, accende un fuoco nella bacinella
alla sua sinistra e prendendo dei fogli che simboleggiano il copione,
comincia a narrare la vicenda in maniera folle e monocorde, utilizzando
appunto la tecnica recitativa descritta prima.
Sembra quasi di partecipare ad una lotta attrice/spettatori, e la vincitrice è sempre
lei: Medea.
Soprattutto chi ha avuto la fortuna come me, di essere seduto nelle
prime file del teatro ha potuto notare la tensione di ogni muscolo
della Dréville, che nella sua staticità, (starà sempre
seduta nella stessa posizione per tutti i 70 minuti dello spettacolo)
rivela una mobilità immensa e rende ogni gesto minimo una grande
azione.
Anche l'emissione della voce acquista piano piano una dimensione più comprensibile
e assume un tono sempre più folle e rabbioso.
Medea ad un certo punto si toglie l'abito e lo fa bruciare narrandoci
la morte della rivale, amante di Giasone, per assumere poi un'espressione
inquietante , e al suono di una musica cupa e poco rassicurante, ci
fa assistere all'uccisione dei suoi due figli, squartando con accanimento
feroce le due sagome di stoffa e gettandole nel fuoco.
Ora tutto il suo passato brucia nel fuoco ed è ridotto ad un
cumulo di macerie che la liberano nel corpo e nell'anima.
Poi il silenzio, carico di una lenta tensione sempre più liberatoria.
L'attrice prende in mano la pagina del copione che precedentemente
aveva riposto tra le sue gambe (gesto di per sé carico di significati)
, e quasi a voler descrivere una sorta di rinascita, dopo aver cancellato
tutto il passato atroce, legge le ultime battute del testo:
- Giasone: “Medea”
- Medea: “Nutrice conosci tu quest'uomo?”.
Queste battute sono lette dalla Dréville a ripetizione, fino
a quando dal fondo del palco arriva una persona con in mano un leggio,
su cui è posto un cartello che dice: Lo spettacolo è terminato,
grazie.
Il pubblico in silenzio piano piano defluisce e Medea è sempre
lì che ripete le sue battute.

Personalmente sono uscita dalla sala, piena di emozione e di un'ammirazione
sconfinata per il genio creativo di Vassiliev e l'incredibile bravura
di Valèrie Dréville, contenta anche di aver superato
in qualche modo i miei limiti di comprensione, avendo assistito comunque
ad un grande evento teatrale.
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