Andata e ritorno

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Ieri è stato un giorno un po’ fuori, diverso dal solito.Mi ero iscritto ad un convegno, per trascorrere una giornata al di fuori della routine consueta, ascoltare informazioni in parte sconosciute, punti di vista alternativi. E così è stato. Quasi come spezzare un filo, fare un nodo sulla nuova estremita e ricominciare a camminare, ti volti indietro e vedi il nodo per un pezzo del cammino, E IN UN BATTITO DI CIGLIA, di giorni o settimane, voltandoti ancora indietro, il nodo è scomparso. Serve un’altra ora d’aria.

E intanto c’è un dettaglio che precipita la memoria in un’altra routine, appartenente al passato recente, una routine familiare ed emozionante: la collega con la quale dovevo andare al convegno mi dice che può passarmi a prendere a Maciachini, più comodo per me che andare fino in Repubblica e poi prendere il passante con destinazione Bovisa.

Era tanto che non percorrevo in metrò la tratta Piazzale Lodi – Maciachini al mattino presto.

L’ultima volta doveva essere stato per l’ultimo giorno di nostro figlio alla scuola materna. Per scelta avevamo deciso di fargli terminare quel ciclo scolastico lì dove lo aveva iniziato, anche se ormai da quasi un anno la nostra esistenza era tutta nella parte sud di milano.

Quell’ultimo anno di materna era spartito tra me e la mia compagna in modo paritario, al mattino io lo portavo fin lì, al ritorno lei lo andava a prendere.

Un tragitto non lunghissimo, ma lungo sulla distanza di un anno, giorno dopo giorno.

Lo ricordo ancora, si usciva di casa non più tardi delle 8, entro le 8.15-8.20 in metrò, 17 minuti il tragitto fino a Maciachini, quindi 5 minuti per risalire in superficie e raggiungere l’ingresso della materna. Abbiamo cominciato alla fine dell’estate e terminato all’inizio della successiva. In mezzo, tante corse, a piedi, talvolta con la pioggia e il freddo, spesso in orario, poche volte in ritardo per 1 minuto, a invocare il cielo per quel cancello che si chiudeva con noi a pochi metri, e fortunatamente il parco giochi di fronte per farmi smaltire la rabbia e fargli sfogare la rincorsa con uno scivolo o un’altalena.

Che eroico nostro figlio, con le sue gambette a macinare i chilometri, le scale, sempre con quel suo sguardo fanciullesco, a cogliere la città, senza stanchezza, senza rimpianto, a volte con il monopattino permesso per rendere quel viaggio più avventuroso di quanto non fosse. Che eroici noi, o forse folli, in questo tran tran da sud a nord, e viceversa, con la mia compagna, la più eroica, che aveva con sé anche la piccola, la quale pochi giorni dopo la nascita, in quel parco giochi, attendeva in passeggino l’uscita del fratello.

In quei 17 minuti ci siamo inventati un po’ di tutto e ricordo di libri letti e riletti insieme, di emozioni che mi colmavano nel vedere quel piccoletto crescere e non aver paura di affrontare il viaggio, ed era quasi normale perché chi lo conosce, lo sa, nelle gambe ha sempre avuto il movimento, nel cuore il salto, il cielo nel sorriso dei suoi occhi.

Un viaggio che per me risultava pazzesco, dopo averlo accompagnato, correvo per riprendere il metrò fino in Centrale, lì cambiavo sulla verde in direzione Romolo dove mi attendeva il treno fino a Trezzano.

Un viaggio che per me è stato luminoso e illuminante. Stancante, eppure magico, di una magia che aveva il sapore della prima volta di ogni cosa. Quante volte ho pianto senza un perché mentre mio figlio entrava in quella che era l’ultima sua classe della materna, magari ripensando a un disegno sul muro o perché aveva imparato qualcosa di nuovo.

Non c’è niente di speciale in quello che abbiamo fatto, semplicemente  un piccolo pezzo dell’esperienza di genitori, con le nostre scelte insensante, uniche e piene d’amore.

Con gli anni dimenticherà, ma noi no. E porterò nei miei ricordi più cari quell’ultimo giorno in monopattino, all’inizio dell’estate.

Andata e ritorno, noi in partenza e noi ancora all’arrivo, cambiati, diversi, ancora noi, attraverso giorni di tanti colori, sovrapposti, fatidici, semplici.

3 Comment

  1. antonietta says: Rispondi

    Non so perché, naturalmente, ma nell’andata e ritorno c’è un profumo, una memoria…

    Nella sala da pranzo bruna, che profumava
    d’un odore di frutta e vernice, a mio agio
    raccolsi un piatto di non so che cibo
    belga, e sprofondai nella mia immensa sedia.
    Mentre mangiavo, ascoltavo il pendolo, – felice e tranquillo.
    La cucina s’aprì con uno sbuffo,
    – e venne la serva, e non so perché
    con lo scialle sfatto, pettinata con malizia
    passando su e giù il suo ditino tremante
    sulla sua guancia, un velluto di pesca rosa e bianca,
    fece col suo labbro infantile una smorfia,
    e riordinò accanto a me i piatti, per mettermi a mio agio;
    – poi, cosi – ma certo per avere un bacio, –
    mi mormorò: «Senti qui, ho preso un freddo sulla guancia…»

    Charleroi, ottobre [18]70. Arthur Rimbaud

  2. antonietta says: Rispondi

    …un racconto, il tuo, emozionante ed eroico … giorno dopo giorno

    1. lacocio says: Rispondi

      ciao Antonietta
      grazie, per il profumo ed il ricordo di Rimbaud, e tuo, e ormai nostro qui.
      A presto
      Claudio

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